Disastri,drammi ed emergenze:quando i social network ci rendono migliori

I social network ci rendono migliori.

E’ quello che ho pensato davanti alla timeline di Facebook e Twitter, due giorni dopo l’alluvione di Albinia, quando finalmente è tornata l’elettricità.

Quando, stanca e fangosa, ho voluto leggere cosa vedeva il mondo di noi, come era stato raccontato e percepito questo disastro, come si stesse muovendo chi aveva ricevuto questa tragedia mediata dagli occhi di chi la stava vivendo.

Le mie timeline restituivano parole di conforto e di preoccupazione, bocconi di notizie prese dalle testate digitali.

Tante condivisioni.

Di foto, di frasi, di esempi positivi, di iniziative prese da privati e amministrazioni, di numeri da chiamare per venire ad aiutare, di conti correnti in cui poter donare.

 

Le mie timeline restituivano realtà lontane e vicine nello spazio, persone distanti centinaia di chilometri dalla tragedia che si muovevano continuamente cercando di far arrivare un unico messaggio dove il fango aveva portato via le speranze di un paese intero:

“Non siete soli, capito?Noi ci stiamo organizzando, stiamo cercando di fare qualcosa, qualsiasi cosa sia possibile per aiutarvi…sentiamo il vostro dolore e soffriamo con voi”

Ed era un brulicare di tweet, retweet, status e foto che venivano pubblicati per essere immediatamente appoggiati e ricondivisi, di centinaia di persone che si offrivano volontariamente per fare qualsiasi cosa potesse essere utile.

Azioni che diventano tweet, tweet condivisi con il mondo che diventano azioni, vere e concrete, per centinaia di persone.
I social network ci rendono migliori.

I social network mettono in piazza il lato migliore dell’essere umano, quello empatico, quello che sente e mostra il dolore del prossimo, quello che fa alzare le chiappe dalla sedia per stare vicino a chi è in difficoltà, quello che ci fa raschiare il fondo del salvadanaio per dare i 4 spicci che abbiamo a chi sta peggio di noi.

I social network raccontano l’animo bello di alcune persone e nel raccontarlo ne contagiano altre,come un virus, perché se vedi che tutti intorno a te si muovono viene di farlo anche a te, per non sentirti inadeguato, per non sentirti da meno.

 

E diventi migliore anche tu, che te ne renda conto o no, che tu lo voglia o no.

E’ il gioco della riprova sociale che, in un mondo iperconnesso, può davvero renderci migliori di come siamo.

Vedo 10 amici che condividono la stessa notizia, la foto di altri 4 nel fango fino ai gomiti, altri 2 che raccolgono guanti e tira-acqua, altri ancora che raccontano di come la propria famiglia abbia perso casa, azienda e macchine…come faccio a stare fermo quando tutti intorno a me sembrano fare o voler fare qualcosa?

Mi chiedo quante delle persone che hanno fatto “qualcosa”, dal donare qualche soldo, al portare un paio di guanti al centro di raccolta più vicino fino al prendersi 2 giorni di ferie dal lavoro per andare a spalare fango siano state influenzate dal “virus di empatia” che ha contagiato la Rete.

Quante, avendo visto tanti amici fare “azioni positive”, siano state spinte, in modo più o meno consapevole, ad agire anche loro.

Vorrei che le amministrazioni, le associazioni, gli enti che hanno in mente qualsiasi iniziativa volta ad aiutare chi è in difficoltà tengano presente il potere incredibile dei Social Network, oggi.

Come strumento di diffusione della “cultura del dono”, di propagazione di modelli positivi, di amplificazione di azioni concrete, in una contaminatio virtuosa tra realtà vissuta e realtà mediata.

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Veronica GentiliDisastri,drammi ed emergenze:quando i social network ci rendono migliori