#40minuti: cosa è, cosa non è e perché dovresti saperlo

Ogni volta che vado in un ristorante e, per qualche motivo non mi è piaciuta molto l’esperienza, magari il cibo non era un granché o il servizio era così così, mi trovo sempre davanti a un impasse: fare una recensione negativa oppure no?

Non è che magari quel giorno, per qualche motivo, è stata una giornata storta e invece in genere si mangia bene?

Non è che proprio quella sera il cameriere, in genere una delle persone più sorridenti e disponibili della terra, era stato piantato dalla moglie e per questo sembrava tanto svogliato e poco attento?

Me lo chiedo perché, da persona che lavora nella comunicazione da anni, so quanto pesa un commento, un’opinione negativa per la reputazione di un brand, di un professionista, di un progetto; me lo chiedo perché so che quel mio commento, quella recensione lasciata forse con leggerezza perché “devo pur far saper al mondo quello che penso, no?” può contribuire a formare le opinioni di altre persone, a determinare anche le loro scelte. 

Me lo chiedo perché so che esprimere un’opinione su qualcosa, specialmente online dove quelle parole possono raggiungere decine, centinaia, migliaia, è un atto che va preso con grande responsabilità. E, se decido di  farlo, devo essere ragionevolmente certa di avere in mano tutti, ma proprio tutti gli elementi per esprimere un giudizio consapevole.

E se poi a quel ristorante io non ci ho poi mai davvero mangiato, ma ci sono passata davanti, ho dato uno sguardo distratto al menu e ho deciso che faceva schifo, allora lasciarvi una recensione è qualcosa di davvero, davvero pericoloso e terribile.

#40minuti, cosa è, come è nato e come funziona davvero

Probabilmente questo cappello introduttivo non ti è chiaro, ma lo sarà più avanti.

Era una bella giornata di fine Ottobre, il 29 Ottobre 2020 per la precisione, quando dopo aver riflettuto per settimane su un’idea che mi frullava in testa ho lanciato #40minuti: mi sono detta, dato il momento terribile che stiamo vivendo, il disastro economico che sta portando questa epidemia e relativi DPCM, perché non unirci tra professionisti per fare qualcosa di buono? Perché non smetterla di pontificare su ciò che si dovrebbe o potrebbe fare e FARE,  INVECE, CONCRETAMENTE QUALCOSA?

In tanti, come me, avevano deciso dopo il primo lockdown di fare una serie di attività a supporto delle piccole imprese in difficoltà come webinar gratuiti, regalare i propri corsi oppure offrire consulenze gratuite, niente di nuovo sotto il sole, la mia idea era quella di usare la Rete non solo per coinvolgere ancora più professionisti nell’attività del “fare qualcosa di buono per le aziende, specialmente piccole e locali”, ma anche darci uno spazio in cui confrontarci, supportarci e anche strumenti per farlo al meglio. 

Quindi lancio #40minuti ovvero:

un progetto per offrire supporto di Social Media Marketing alle piccole imprese messe in crisi dalle conseguenze della pandemia COVID-19 e successivi DPCM. Grazie a questo progetto vengono dati strumenti di formazione, analisi e pianificazione ai professionisti del Social Media Marketing che vogliono offrire gratuitamente la propria consulenza (simbolicamente di 40 minuti) alle attività locali in difficoltà, in modo che possano usare i social media efficacemente per farsi conoscere, mantenere e acquisire clienti. Per superare questo momento insieme, mettendo ognuno a disposizione i talenti, le esperienze e le competenze che ha.

“Ah ma te pensi davvero si possa fare una consulenza in 40 minuti? Ci vogliono ore e ore, mesi per strutturare una strategia e…”

Certamente, io penso che si possa fare una consulenza in 40 minuti. Non lo penso, lo so.

Ho avuto la fortuna di lavorare con brand in tutto il mondo, di fare consulenze pagate per decine e decine di aziende anche solo di 15 minuti e nessuno si è mai lamentato; 40 minuti di consigli pratici, operativi, pensati per dare delle direttive utili a rimettersi in pista possono essere una vera boccata di ossigeno per una piccola impresa che magari nemmeno sa che con le Facebook Ads si possono raggiungere le persone nei dintorni e magari si può comunicare loro che sì, siamo aperti e se vogliono possiamo mandargli il menu via WhatsApp, basta cliccare lì.

In 40 minuti non solo posso indicare delle utili piste da seguire (da approfondire se necessario successivamente dedicandogli più tempo), ma anche far comprendere al mio interlocutore le “cose sbagliate” che sta facendo o pensa di fare. Non credo sia poco.

E anche questo, non lo dico, lo so. Sono una donna di marketing e più che con le chiacchiere mi piace confrontarmi con i dati.

Questi sono solo alcuni dei feedback che abbiamo raccolto dalle attività che hanno usufruito di #40minuti:

40minuti feedback

E altri, di feedback veri, reali, da parte di chi ha aderito a #40minuti ne puoi trovare direttamente sul gruppo, dove oltre 2.000 tra professionisti e aziende in difficoltà hanno deciso di supportare il progetto.

“Eh, ma non si può chiamare consulenza, solo 40 minuti…”

Allora facciamo così, visto che sia io che te siamo paladini del linguaggio e che “non si usano mai le parole a caso, hanno un peso!”, disturbiamo momentaneamente la Treccani per scoprire che, dicesi consulenza:

L’attività del consulente, come prestazione singola o saltuaria di consigli e pareri da parte di un esperto su materie di propria competenza, o come prestazione continuativa e professionale

che è esattamente ciò che facciamo. Ho creato un vademecum, di mio pugno, che invito TUTTE le attività che vogliono utilizzare i 40 minuti a leggere, in cui viene spiegato che non salveremo il mondo o la sua azienda in crisi con quei minuti di consulenza, che si tratta di spunti operativi e pratici per iniziare a rendere i social media vere risorse di business e che ovviamente a questo dovrà seguire un impegno da parte sua, nella formazione di risorse interne o nella scelta di risorse esterne per portare risultati nel lungo termine.

Non sostituisce il lavoro di un’agenzia/professionista che si dedica con continuità a un brand, anzi, in realtà aiuta (ma ho il dubbio che alcuni non lo abbiano compreso e pensino che questo progetto rubi loro lavoro): porta consapevolezza, pragmatica e concreta, rispetto a ciò che possono fare le aziende con i social. Cosa fondamentale in un sistema in cui ancora si pensa che Facebook sia uno stagno in cui riversare il proprio malcontento e Instagram un giocattolino che può gestire anche il figlio del cugino del vicino che sa usare il computer.

40minuti non è “ti faccio un piano di marketing in 40 minuti”, non è “ti faccio una strategia in 40 minuti” è esattamente ciò che dice il nome:

40 minuti (unità indicativa che il consulente può decidere di estendere o ridurre a secondo delle proprie esigenze e volontà) è il tempo nel quale il professionista mette a disposizione le proprie conoscenze, competenze ed esperienze a favore dell’impresa in difficoltà, dandole consigli pratici per rendere i social una risorsa in un momento complicato. Niente di più, niente di meno.

E poi #40minuti esplose…

Sarò sincera, mi aspettavo che alcuni colleghi aderissero e che l’idea piacesse anche ad altri fuori dal settore tanto da magari replicarla nel loro e così dar vita a qualcosa di buono in un momento in cui la gente passa le giornate a raccontare quanto è incazzata e a quanto è il caso di incazzarsi per la situazione in cui ci troviamo, ma non mi aspettavo che questa iniziativa esplodesse come è accaduto.

Nel giro di pochi giorni sono salite a bordo centinaia di professionisti e ho dovuto cercare di strutturare il progetto al meglio possibile, nel modo più veloce possibile con vademecum, linee guida, kit per iniziare, regole, ma soprattutto, colleghi (in 10 giorni siamo più di 20, stiamo aggiornando la home con la sezione team via via che si crea) che hanno messo a disposizione il loro tempo, le loro energie e le loro competenze per poter gestire una community in continua crescita, strutturare una presenza social, gestire piani editoriali, workflow, definire policy interne ed esterne e co.

“Ah ma te hai creato questa cosa per farti pubblicità e vendere più corsi… è un’operazione di marketing!”

La prima cosa che ho fatto quando mi sono resa conto che #40minuti stava realmente esplodendo è stata quella di migrare tutto su un sito dedicato (grazie Barbara per il gran lavoro!), creare una serie di risorse NON brandizzate in alcuni modo con i miei progetti (blog, academy, club e co.) per supportare chi voleva aderirvi e, soprattutto, cercare altri colleghi disposti a costruire un team, perché il progetto non doveva essere solo mio, ma di chiunque volesse fare qualcosa di buono.

Non ho voluto in alcun modo che nel sito ci fossero form per acquisire dati, mi sono opposta strenuamente all’idea di creare un’anagrafica dei SMM aderenti per 2 motivi fondamentali, di cui il primo:

non voglio che nessuno pensi che ho usato questa iniziativa per fare lead generation o qualcosa di simile.

Voglio essere estremamente chiara su questo punto e se mi segui da un po’, sai che questo corrisponde perfettamente a realtà:

se voglio acquisire contatti metto su un webinar gratuito e generalmente ne faccio a migliaia in pochi giorni.

Se voglio portare alla vendita immediata, vi inserisco una OTO e campagne sequenziate su vari canali. Non ho né ho mai avuto bisogno di usare mezzucci per acquisire dati di potenziali clienti ed eticamente troverei riprovevole tirare su un’iniziativa del genere per farlo. Proprio per evitare tutto questo e anche per evitare che altri furbetti usino una sorta di anagrafica di professionisti per i propri fini, non voglio creare un’anagrafica dei SMM aderenti, almeno finché mi sarà possibile e non ci saranno alternative meno suscettibili di usi impropri.

È certo che un’iniziativa del genere ha e avrà un buon ritorno di immagine per me e magari contribuirà a farmi conoscere, ma non dobbiamo confondere la causa con la conseguenza, penso siano le basi.

“Ma così metti sul mercato una serie di cialtroni che si autoprofessano Social Media Manager, legittimi le loro attività e possono far danni alle aziende con la loro incompetenza!”

E qui veniamo al nodo cruciale.

Come detto (le parole sono importanti, no?) il progetto è nato con una finalità chiarissima e più volte specificata:

unire i professionisti del SMM, stimolare altri ad aiutare la propria realtà locale con le proprie competenze e offrire loro strumenti e uno spazio in cui confrontarsi.

E, sempre come detto, sono stati messi dei paletti fin da subito, creato un vademecum per le aziende e uno starter kit per i professionisti aderenti, specificato che non si trattava di un progetto per cercare di vendere a pagamento ulteriori servizi né per trovare clienti, fissato un sistema di feedback anonimi da parte di aziende e professionisti per “sgamare” eventuali furbi o imprenditori delusi dal progetto perché usato per altri fini, trovi tutto su www.40minuti.it.

Nonostante ciò, all’inizio io ho fatto un errore:

dare per assodato il fatto che chi aderisse al progetto fosse effettivamente un professionista del settore, guardando ingenuamente la cosa con il mio modo di sentire e di lavorare.

Proprio come non mi azzarderei mai a proporre la mia consulenza (gratuita, per altro!) su temi che non padroneggio perfettamente e con esperienza, non avrei mai pensato che qualcuno che aveva iniziato questo lavoro da poco o peggio ancora un improvvisato si azzardasse ad autoproclamarsi professionista. In questo una chiacchierata con un collega che lavora nell’ambito da tempo immemore (di cui, se vorrà, farò il nome volentieri) mi ha fatto riflettere sul fatto che era meglio specificare dei requisiti per poter aderire al progetto.

Ci tengo a specificarlo: nessuno si è lamentato di esser stato contattato da un sedicente professionista in realtà improvvisato, nessuna azienda aderente al progetto ha espresso un feedback negativo nei confronti della consulenza gratuita ricevuta, ma alcuni mi hanno segnalato persone che, per certo, non avevano esperienza sul campo, ma avevo solo preso qualche attestatuccio o certificazione di SMM erogati da enti/scuole/professionisti non meglio specificati, avevano aderito al progetto e regalavano le proprie consulenze. 

Senza esperienza, senza competenze provate sul campo.

E allora no, a pochissimi giorni dal lancio abbiamo inserito una serie di requisiti fondamentali per aderire al progetto, che trovi sempre nella home dello stesso e per cercare di filtrare chi decide di aderirvi e soprattutto scongiurare il più possibile la possibilità che alcuni scappati di casa, gente che “gestisce la pagina del cugino nel tempo libero” si metta il cappello di #40minuti e faccia danni.

“Eh ma così non c’è nessun controllo, chiunque può aderire a #40minuti, scaricare il badge e proclamarsi professionista di SMM che aiuta le aziende!”

Al di là del fatto che, se mi conosci un minimo, sai quanti libri ho scritto, risorse ho regalato e articoli ho pubblicato negli anni proprio per dare dignità e concretezza al Social Media Marketing, voglio chiarire bene la mia posizione in merito e, ancora una volta, la tipologia di progetto che stiamo portando avanti:

Non voglio diventare un organismo di controllo né attivare una caccia alle streghe, non ne ho il tempo, l’interesse, né gli strumenti e di certo non ho ideato #40minuti per questo.

Mi viene costantemente proposto di creare una sorta di albo di SMM e di fare un processo di selezione e mi viene il dubbio che da parte di chi me lo richiede non ci sia la minima idea della quantità di tempo, budget, nonché responsabilità richiederebbe una cosa del genere (anche solo a livello legale).

Lo voglio dire a chiare lettere: non è questo il mio lavoro.

Non ho alcuna intenzione di creare un’organizzazione di selezione dei professionisti, non ne ho i diritti, l’interesse e soprattutto voglio continuare a fare quello che mi riesce meglio e mi piace, che non sarebbe di certo un’attività del genere.

Se qualcuno ha intenzione di creare una sorta di tavola rotonda per iniziare a strutturare la figura del SMM, partecipo più che volentieri, ma non ho creato questo progetto per poi dover stare a controllare che chi vi aderisce non sia l’ennesimo cialtrone che nel tempo libero “gestisce pagine Facebook”.

#40minuti nasce come progetto di supporto per chi è già un professionista del SMM e, come specificato (e legalmente possibile) non è un’organizzazione, un ente, ma un’iniziativa, nella quale, per citare il disclaimer ben presente sul sito:

ogni professionista che aderisce al progetto lo fa in maniera autonoma ed è responsabile di tutte le proprie attività e relative conseguenze. Ogni professionista è responsabile per sé stesso e risponde autonomamente di fronte alla legge del proprio operato.

E per chi mastica un po’ il legalese, a chi dice “eh, ma non è una cosa seria, non c’è una  P.IVA, un’organizzazione, non si capisce chi ci è dietro!!!1!uno!!U-N-O!” voglio usare termini ancora più appropriati (grazie a chi ci supporta anche su questo lato):

Il riconoscimento giuridico “anche minimo “non è sinonimo di “progetto serio” e di “professionisti che si differenziano” e purtroppo i fatti molte volte lo attestano. Il mio è un Progetto Professionale che coinvolge professionisti e non un’associazione di cui non ha tra l’altro le caratteristiche. Il mio progetto ha una sua valenza anche giuridica ed è costruito con serietà anche perché i professionisti aderenti per primi ci mettono la faccia e la propria reputazione. E devo dissentire anche con chi afferma “non si sa chi c’è dietro”, perché nella home del sito web la prima cosa che viene spiegata è che si tratta di un’idea di Veronica Gentili con tutti i riferimenti legali del caso….sarebbe bastato guardarla.

E i requisiti? E le  responsabilità?

Per quanto riguarda invece i requisiti richiesti:

Il Professionista o l’agenzia prende atto e accetta che nel caso in cui, in seguito alle verifiche effettuate, le dichiarazioni circa i requisiti richiesti risultino non veritiere, non avrà più diritto di utilizzare il nome del progetto e il materiale a esso coordinato.

Non c’è un organismo di controllo, è un progetto a zero budget, libero da introiti economici che ne possano vincolare la natura in qualche modo e che mira semplicemente a cercare di diffondere, proprio come un virus, la cultura del “fare del bene a fin di bene con i talenti che si hanno” perché in un momento del genere fare del bene alla propria comunità significa in primis aiutare se stessi.

Se poi qualcuno ha le competenze, le esperienze e soprattutto il tempo per gestire una sorta di processo di selezione strutturato pro bono per il progetto, non deve fare altro che scriverci. Sono le idee e i feedback di tutti che fanno crescere un progetto come questo.

Prima di salutarci, devo dire qualcosa di importante: GRAZIE

Proprio come ci penserei tanto nel lasciare una recensione negativa a un ristorante con il rischio di rovinarne la reputazione, senza magari averci mai mangiato per altro, mi sarei aspettata che i professionisti del marketing e della comunicazione che hanno criticato il progetto si fossero almeno soffermati a capirne i termini, lo spirito, le regole, prima di farlo.

Da chi lo ha criticato senza sapere che dietro ci fossi io (è scritto ovunque, è la prima cosa che trovi in homepage… quindi significa che nemmeno hai visitato il sito del progetto!), a chi si è attaccato alle parole (“eh, ma non si può dire consulenza se è solo 40 minuti”), a chi al fatto che non ci fosse un meccanismo di selezione (basta vedere la natura del progetto, informarsi un po’ per capirne il perché), a chi, invece di scriverci per sottoporre la propria idea per migliorarlo o fare direttamente domande a me (“Veronica, ma che è ’40 minuti? Bella idea, ma non sono convinto di…”), si è lanciato in critiche distruttive, tendenziose, rabbiose:

io a tutte queste persone devo dire grazie, giuro, senza sarcasmo, con il cuore.

Da una parte perché mi hanno permesso di capire la vera natura di alcuni (alcuni che conoscevo molto molto bene, ma evidentemente  non abbastanza) e, poiché secondo me la natura di una persona è inscindibile dalla professionalità, il polverone che si è alzato mi ha aiutato (e dalla valanga di messaggi che ho ricevuto, non ha aiutato solo me, mi pare di capire) a pesarle. Ripeto, il problema non sono le critiche, che sono più che benvenute, ma come le fai e dove le fai, specialmente quando si tratta di un progetto pro bono che, può non convincerti, ma almeno prima di parlare approfondisci.

Dall’altra perché, sempre grazie alle critiche arrivate non solo ho ricevuto il supporto di decine e decine di Professionisti (sì, P maiuscola) che stimavo da anni (ok, alcuni li ammiro proprio, lo devo dire) e che si sono spesi a favore del progetto, ma anche una serie di richieste di collaborazioni, di articoli per promuovere il progetto, di attività per aiutarci a farlo crescere. Queste occasioni non sarebbero mai nate senza il polverone alzato da alcune critiche, di cui mi ha colpito, lo devo dire in alcuni casi, la rabbia, il livore, la totale mancanza di conoscenza delle vere dinamiche di #40minuti da chi le faceva.

Mi ha colpito la volontà di criticare, sempre, comunque, solo per il gusto di distruggere, mai per costruire o migliorare, oltretutto dimostrando con i fatti di aver letto solo poche righe del progetto e forse nemmeno quello.

Non so cosa ne sarà di questa iniziativa, né di come si evolverà. 

Mi piace pensarla come a simbolo di un’Italia che, in una situazione disastrosa e incerta come mai visto prima, cerca di costruire anziché distruggere, unirsi anziché dividersi. 

Ripeto che il progetto non è perfetto, costantemente correggiamo in corsa eventuali errori e miglioriamo i processi (senza contare che è basato sul lavoro volontario di professionisti che, nel frattempo, devono anche gestire il proprio lavoro, famiglia, etc) e, proprio per questo, è benvenuto il supporto e i suggerimenti di tutti (ci potete scrivere a quarantaminuti[@]gmail.com.)

Ah sì, un’ultima cosa

C’è chi dice che, chi è troppo impegnato nel proprio lavoro, di certo non trova tempo per fare consulenze gratuite.

Da parte mia posso dirti (se vuoi ti faccio fare 4 chiacchiere con la mia segreteria per capire come è messa la mia agenda e i miei impegni di qui a Maggio 2021) che, se vuoi, il tempo per fare qualcosa di positivo in cui credi lo trovi sempre. #40minuti, lo specifico sempre, non deve essere un vincolo, ma la volontà di aiutare secondi i tempi di ognuno di noi, anche fare una singola consulenza è già molto.

Che i professionisti migliori che conosco trovano SEMPRE tempo per fare del bene e per contribuire a progetti in cui credono. E che regalare 40 minuti del proprio tempo non è svilire il proprio lavoro, anzi, tutt’altro: è offrire qualcosa di prezioso e immensamente utile a chi è in difficoltà.

E fidati, è un dono non solo per chi lo riceve, ma soprattutto per chi lo dà.

 

5.00 avg. rating (98% score) - 5 votes
Share:

Tu cosa ne pensi?

Commenti

Veronica Gentili#40minuti: cosa è, cosa non è e perché dovresti saperlo